ROMA - Mario Adinolfi aveva intenzione di tornare a giocare a poker per restituire i soldi agli investitori del sistema "Scommessa collettiva", con cui aveva raccolto oltre 4,7 milioni di euro, promettendo rendimenti annuali fino al 40%. Lo stesso Adinolfi lo aveva dichiarato al giudice per le indagini preliminari e questa, secondo il Messaggero, è una delle motivazioni per cui il Tribunale del Riesame ha negato la richiesta di scarcerazione per il leader del Popolo della Famiglia, arrestato a luglio nell'ambito di un'inchiesta della Guardia di Finanza, in cui è accusato di truffa aggravata, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi. Secondo i giudici, il pericolo di recidiva è concreto.
Adinolfi non ha comunque negato la correttezza del suo operato, pur non essendo riuscito a giustificare le clausole anomale contenute nei contratti di investimento dei clienti. Secondo il Tribunale del Riesame, "ha esplicitato l’intenzione di continuare a giocare, evidentemente sempre con denaro altrui, visto che si è dichiarato allo stato praticamente indigente". Uno stato di indigenza a cui si è appellato per sottrarsi agli obblighi fiscali, confidando nella possibilità “di sottrarsi ad ogni forma di recupero in ragione dell’ostentata indigenza”. Un dato che, oltretutto, sarebbe “in contrasto platealmente con i mirabolanti guadagni rivendicati per il passato, per sé e per i propri clienti”. Secondo l'accusa, Adinolfi avrebbe utilizzato una parte dei soldi raccolti (circa 1,6 milioni di euro) per spese personali, tra cui l'acquisto di quadri, gioielli, barche e viaggi. Si trova in carcere dal 21 settembre perché, durante i domiciliari, non ha rispettato il divieto di pubblicare contenuti online, scrivendo 49 articoli sul suo blog e 13 post su Facebook.
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